#WOMENAGAINSTWHAT

Una volta Piero Angela, interrogato in una trasmissione televisiva a proposito degli oroscopi, ha detto (ovviamente) di non credere a quello che dicono le stelle, ma alle possibilità che si possono avere in base al luogo in cui si nasce.

E io sono assolutamente d’accordo con lui.

Nascere a Milano o nascere in un villaggio della Thailandia offre senza dubbio prospettive di vita diversissime tra loro. Specialmente se sei donna, specialmente in alcune zone del mondo, devi ritrovarti ad affrontare ancora più problemi rispetto al mondo occidentale – uso questo termine in tono assolutamente neutro, non vorrei creare fraintendimenti –.

A maggior ragione ho trovato assolutamente fuori di senso la campagna partita qualche giorno fa su Twitter, #womanagainstfeminism, a mio avviso totalmente basata su una serie di incomprensioni, stereotipi e luoghi comuni sulle femministe.

Suggerivo già tempo fa la lettura del libro di Caitlin Moran “Ci vogliono le palle per essere una donna”, un ottimo spunto per tutte le signore dell’hashtag di cui si diceva prima. Perchè essere femministe non è soltanto questione di lamentazioni, peli (!?!) o frequentazioni amorose (chi l’ha mai detto che per essere una femminista devi ODIARE, sì sì, proprio così, ODIARE, gli uomini?).

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E’ qualcosa di molto più profondo. Non tanto per chi, ripeto, se vogliamo guardare il bicchiere mezzo pieno, è in una posizione privilegiata (donne-bianche-occidentali-aderenti-agli-standard-sociali). Del resto, se oggi si può divorziare o abortire in modo sicuro*, senza rischiare di morire per colpa di un ferro da calza, è anche merito delle lotte femministe degli anni Sessanta. E, ancora prima, se possiamo VOTARE, è merito di qualche giovane rompicoglioni degli anni Venti che non aveva proprio voglia di stare accanto al focolare a sfornare pargoli per lo Stato.

Che poi, ricorderei: in Italia, ci è stato concesso di votare nel 1946, il delitto d’onore è stato abolito nel 1981 e la legge sullo stalking risale al 2009 (DUEMILAENOVE). La percentuale di donne che lavorano sul totale della popolazione oltre i 15 anni è tra le più basse d’Europa e di tutto il mondo industrializzato: 50,4%. La media europea è del 62%.

Oggi dobbiamo essere ancora femministe per le ‘minoranze’ – anche questo termine usato in tono assolutamente neutro –: le donne discriminate per colore della pelle, religione, per le scelte di vita (avere figli, o meno, e come averne), per le preferenze sessuali, per ceto sociale…Per loro serve ancora il femminismo.

Così come serve ancora di più a chi è nato in luoghi più difficili, quelle donne della nazionalità ‘sbagliata’ nel posto ‘sbagliato’, quelle nate in uno Stato (maschilista) religioso, quelle a cui viene impedito di compiere le azioni per noi più naturali come imparare a leggere, a scrivere, studiare oppure guidare, quelle a cui viene impedito di scegliere, cosa fare nella loro vita, come costruirsi il proprio futuro. Se non addirittura, quelle a cui viene detto che forse è meglio non ridere in pubblico.

Per loro, per noi, per tutte. Anche per chi queste lotte in suo nome non le vuole, perchè pensa che tutto si riduca al rapporto con il proprio compagno. Noi lottiamo comunque. Del resto, ognuna è libera di scegliere da che parte stare, e va rispettata per questo.

Intanto domani, 1 agosto 2014, sarà un giorno molto importante. Domani infatti entrerà in vigore la Convenzione di Istanbul, ovvero la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica, che fortunatamente anche l’Italia – non senza problemi e polemiche – ha ratificato.

Ora. Non resta che sperare che i Paesi siano pronti. Perchè non basta fare una legge, o ‘le’ leggi al plurale (purtroppo) se non si lavora anche per cambiare la testa della classe dirigente, prima, e della società civile, poi.

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*non tratto volutamente la questione degli obiettori in Italia, è un’altra storia.

Foto | Fb

Pubblicato il luglio 31, 2014 su FEMMINISMI. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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