CI SERVE ANCORA IL MATRIMONIO?

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Fra quante creature han senso e spirito,
noi donne siam di tutte le piú misere.
Ché, con profluvii di ricchezze prima
dobbiam lo sposo comperare, e accoglierlo
– male dell’altro anche peggiore – despota
del nostro corpo.

Medea, Euripide

Per fortuna delle donne i tempi sono cambiati rispetto a quanto raccontava Medea alle donne di Corinto, qualche secolo prima di Cristo.

O forse no.

Stamattina stavo guardando a tempo perso uno di quei reality di Real Time in cui veniva mostrato un matrimonio (non è una novità che Real Time sia il canale dove la gente si sposa, o cucina, o ha malattie imbarazzanti).

La sposa, raggiante, annunciava al suo quasi marito:

“Ti farò un massaggio quando sarai stanco”

E io al momento ho pensato: “Col cazzo! Perchè dev’essere lei a fare un massaggio a lui, quando ‘è stanco’. Perchè lei non si stanca mai?”.

Questo è uno solo dei tanti aspetti culturali del matrimonio, della tradizione – ‘tradizione’ intesa nell’accezione peggiore – ancora da scardinare (come la cura familiare di esclusivo appannaggio femminile, l’uomo percepito ancora come ‘babysitter’ dei figli in caso di assenza della mamma e non come padre).

Inoltre, in un periodo infuocato come questo in cui si discute ferocemente di unioni civili, ricordiamoci che a monte ci sono delle leggi che hanno voce in capitolo quando due persone decidono di creare un progetto di vita insieme.

Quello che mi chiedo io è:

ci serve ancora il matrimonio?

Ora, posto che ogni donna è libera di fare ciò che vuole nella sua vita (anche se non capisco quelle esistenze interamente votate al ‘grande giorno’, che sostentano un’industria senza precedenti), mi chiedevo se ha senso conservare ancora questa istituzione.

Per lo meno, così com’è adesso.

Laicamente parlando è un importante e sentito rito di passaggio, tanto che ancora oggi se non ti sposi sembra che la tua situazione di coppia non sia ufficiale. E sì dai, la festa piace a tutti, viene sentito davvero come momento importante nella vita di una persona, e anche se la festa vera e propria non la fai, ci tieni comunque ad avere vicino tutte le persone a cui vuoi bene.

La famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società

e qui siamo d’accordo.

Quello che mi infastidisce però è la pesante impostazione patriarcale e talvolta anche sessista delle leggi che regolano l’istituzione matrimoniale. Aspetti ritrovabili qui:

Art. 79-80: Assurdamente esiste ancora la promessa di matrimonio (e “il promittente può domandare la restituzione dei doni fatti a causa della promessa di matrimonio, se questo non è stato contratto”). Ma che senso ha?

Art. 140: “La donna che contrae matrimonio contro il divieto dell’articolo 89, l’ufficiale che lo celebra e l’altro coniuge sono puniti con la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da €. 20 a €. 82.”. La donna prima di tutti gli altri, fateci caso.

Art 143bis: “La moglie aggiunge al proprio cognome quello del marito e lo conserva durante lo stato vedovile, fino a che passi a nuove nozze”. Perchè mai nel 2016 una donna deve essere ancora identificata con il cognome del marito? Il marito sposandosi non acquisisce mica il cognome della moglie.

Abbiamo fatto nel giro di qualche decennio dei passi da gigante, se consideriamo che il matrimonio riparatore è stato abolito nel 1981, praticamente l’altro ieri. Ma questi soli tre aspetti sono ancora delle pesantissime eredità storiche.

Di cui potremmo volentieri fare a meno.

E quando l’amore finisce, anche il discorso dell’addebito (e del mantenimento del coniuge) non mi torna.

Art 156: “Il giudice, pronunziando la separazione, stabilisce a vantaggio del coniuge cui non sia addebitabile la separazione il diritto di ricevere dall’altro coniuge quanto è necessario al suo mantenimento, qualora egli non abbia adeguati redditi propri”.

Quindi in soldoni: chi si becca l’addebito deve pagare gli alimenti. Ma non è un discorso anacronistico? Ci si dovrebbe poter separare punto e stop, senza oneri (economici) che derivano dalla rottura di un rapporto.

Perchè capiamoci, l’addebito sembra tanto una vendetta operata dallo Stato nei confronti di chi – ad esempio – ha tradito (violando una parte dell’art 143 che sancisce l’obbligo “reciproco alla fedeltà, all’assistenza morale e materiale, alla collaborazione nell’interesse della famiglia e alla coabitazione”).

Ieri leggevo questa storia ad esempio: perchè lo Stato italiano deve obbligare i coniugi – per legge, prevedendo quindi delle conseguenze in caso di inadempienza – alla fedeltà? Chi è, nostra madre?

La fedeltà a mio avviso deve rimanere una questione esclusiva della coppia, che è libera di stabilire come portare avanti il rapporto. Non dovrebbe esserci di mezzo lo Stato a fare da garante.

Era comprensibile in un certo senso, in un panorama in cui la fedeltà era strettamente correlata alla discendenza e alle questioni economiche, ma forse oggi come oggi sarebbe il caso di passare oltre, senza che lo Stato ci imponga ancora una morale. Che già – la morale – fa abbastanza danni da sola.

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Pubblicato il gennaio 27, 2016 su FEMMINISMI. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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