DEMOTAPE DI UN’ANIMA INQUIETA

e anche io ho dato il mio contributo #Cobain #montageofheck #cinema

Una foto pubblicata da Arianna Ascione (@aririot) in data: 30 Apr 2015 alle ore 03:48 PDT

Se arrivate in sala avendo letto negli anni tutto lo scibile e visto tutti i filmati esistenti sull’argomento, questo film vi sarà insufficiente: “Montage Of Heck” in realtà non è la grande rivelazione che molti prospettavano, se il messaggio “peace, love, empathy” l’avevate già ricevuto a suo tempo forte e chiaro.

Cobain ha un problema enorme a monte. Il racconto della sua vita – una parabola breve, tossica e tragica – si è trasformato da subito in un’agiografia, che riduce tutto in “lo ami/lo odi” (come se una vicenda così complessa come la sua si possa semplificare su questi due soli binari). E parlarne senza banalizzare, o mitizzare troppo, è estremamente difficile, per non rischiare di penzolare da una parte piuttosto che dall’altra.

“Montage of Heck” mi è piaciuto, sia chiaro, ed è un documentario che va assolutamente visto più volte perchè in diversi passaggi non riesci a rivivere a dovere tutte le ricchissime sfumature di una personalità come quella di Kurt, quella artistica e quella personale (specialmente nella prima parte della pellicola, quella più incentrata sugli anni pre-Nirvana, con più materiale inedito). Ma, specialmente se in quegli anni eri troppo piccolo e quindi non hai vissuto l’epopea in diretta, ne vorresti di più. Viste le premesse: 8 anni di lavoro, ampio e libero accesso al materiale privato di casa Cobain, interviste ai protagonisti dell’epoca (estremamente ridotte purtroppo, specialmente quella più ‘vera’, commossa e lucida di tutte, quella a Krist Novoselic).

Però alla fine, di un “Montage of Heck” si tratta: “Montage of Heck”, ovvero ‘montaggio del cacchio’, un’accozzaglia di idee libere registrate in presa diretta, senza rifacimenti e nuovi take, e senza pretese pur nel paradosso dei tempi biblici di lavorazione. Un film che punta all’autenticità, e dalle velleità punk nel senso più nobile del termine, con la benedizione di Frances Bean.

Il momento che più rappresenta lo scopo del film, se di ‘scopo’ vogliamo parlare, è racchiuso in una scena: viene passato, insieme al supporto visivo di un cartoon, un nastro audio che immortala Kurt nell’atto di registrare una canzone. Ad un certo punto la magia si interrompe perchè arriva una banalissima telefonata. E poi subito dopo riprende a fare musica.

Una cassettina del cazzo registrata in casa con un recorder di merda: ce ne vorrebbero mille e mille altri di quei nastri, un “Montage of Heck 2”, 3, 5, mille.

ps. sull’attitudine ‘true’ dei Nirvana, che hanno ancora tantissimo da insegnare oggi a quei gruppi lagnosi fashion-before-passion che vi piacciono così tanto, sulle canzoni che “provate oggi, 25 anni dopo, a scrivere dei pezzi così”, e sui suoni da paura di quei soli quattro dischi registrati da alcuni dei maggiori spaccaculi produttori artistici in campo indie(pendenti – Albini, Vig, Endino), che hanno contribuito a consacrare l’arte di una band a volte ingiustamente snobbata perchè ‘ha venduto tanto’, se volete ne parliamo un’altra volta.

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Pubblicato il aprile 30, 2015 su MUSIC LIFE. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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