SOLO UN ALTRO 25 NOVEMBRE?

Caro Matteo Renzi, Presidente del Consiglio e detentore delle deleghe alle Pari Opportunità,

oggi è il 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Non è il primo anno che viene sollevato questo problema, anzi, se ne parla da diverso tempo, e nel frattempo anche il nostro Paese ha firmato la Convenzione di Istanbul, un trattato si propone di prevenire la violenza, favorire la protezione delle vittime ed impedire l’impunità dei colpevoli.

Eppure nel 2013 in Italia sono morte per mano maschile – perchè questo è il punto – 179 donne. Uccise dal marito, dal compagno, dall’ex soprattutto: perchè il femicidio è sempre frutto di una (vetusta) cultura patriarcale da cui l’Italia non sembra volersi allontanare ed evolvere. Si uccide quando una donna non vuole stare al proprio posto, di ‘moglie’, ‘compagna’, e decide di troncare una relazione, oppure quando diventa un peso insostenibile.

Le donne uccise l’anno scorso sono il 13% in più del 2012, una ogni due giorni. Pensare che nel 2009 è stato riconosciuto lo stalking come reato, sarebbe dovuto cambiare qualcosa. Gli omicidi però non sono diminuiti (augurarsi che scompaiano del tutto al momento è utopico).

Il problema insomma, come può facilmente intendere, è molto complesso, ma proprio per questo si può e si deve iniziare a fare qualcosa di un po’ più concreto rispetto a quanto fatto in passato. Solo lei, che ha in mano quelle deleghe importantissime (anche se resto della mia opinione, dovrebbe assegnarle) può rimboccarsi le maniche.

Non mi fraintenda, il Dl Femminicidio varato dal suo Governo – diventato legge – è lodevole. Ma è incompleto. Ci sono in particolare due aspetti, su cui servirebbe un nuovo intervento deciso.

Il primo: da anni, grazie a compagne sociali e alle associazioni sul territorio più o meno grandi, le donne vittime di violenza vengono invitate a DENUNCIARE quello che subiscono. Da quando mi interesso di questa tematica mi sono accorta però che questo processo non è così semplice perchè entrano in gioco vergogna, paura, e soprattutto l’incognita del futuro.

Dalla vergogna delle botte, o dei maltrattamenti psicologici, alla paura, sì, la paura di cosa possa scatenare la ‘ribellione’, la fuga, e la conseguente denuncia.

Chi mi garantisce che poi quell’uomo violento non possa più farmi nulla?

Quante volte gli aggressori sono ricomparsi nelle vite delle donne che li hanno denunciati, ancora più violenti di prima. Quante donne hanno denunciato non una, ma decine di volte, e si sono ritrovate comunque senza vita in una pozza di sangue. La cronaca nera purtroppo ne è piena, e non voglio tirare in ballo la questione della certezza della pena per gli autori di questi crimini e la ‘leggerezza’ con cui spesso vengono trattati questi omicidi (anche a livello penale), come se uccidere una donna tutto sommato non sia un atto così grave.

Arriviamo quindi al secondo punto: quando una donna decide di liberarsi da questo inferno, cosa succede DOPO la denuncia? Chi può aiutare le donne a ricostruirsi una vita in un momento tanto delicato? Perchè non dimentichiamoci le tantissime mogli e compagne costrette dai loro uomini a non lavorare (“ti mantengo io, cosa vuoi di più?”) e quindi in condizione di inferiorità economica nel momento della rottura del rapporto.

La risposta è molto semplice: i centri antiviolenza.

Peccato che i 17 milioni circa previsti per il biennio 2013/2014 dal Dl citato poco fa siano congelati, secondo quanto leggiamo in un’inchiesta pubblicata questa mattina dal Corriere. Non c’è nessuno che li abbia sbloccati fino ad ora, ed è passato un anno. Cosa stiamo aspettando?

L’ultima richiesta invece la rivolgo ai miei colleghi che lavorano nei media, giornalisti e blogger.

Chiedo un impegno pubblico di tutti nella scelta del linguaggio e nelle immagini, nei racconti e nelle rappresentazioni della violenza: che non si parli più di AMORE e GELOSIA, due sentimenti che non hanno proprio niente in comune; che non si stigmatizzi la depressione; che non ‘giustifichino’, anche se inconsciamente, un assassinio con la scusante del ‘raptus’ (che, come sappiamo, NON ESISTE); che non si usino due pesi e due misure in base alla nazionalità dell’aggressore; che non si colpevolizzi la vittima (es. “lei lo trattava male”); peggio del peggio, che non si associ più un femicidio alla disoccupazione. Nelle immagini invece l’assassino non venga rappresentato come un’ombra sfuggente, con un corpo martoriato ben visibile in primo piano.

Insomma, restituiamo dignità alle vittime. Gliela dobbiamo, soprattutto quando non possono più parlare. Ed è una questione, ci tengo a sottolinearlo, che riguarda tutti. Donne e uomini, uniti perchè non si parli di questo tema soltanto oggi. Perchè non sia il solito 25 novembre di occhi pesti e belle promesse.

Pubblicato il novembre 25, 2014 su FEMMINISMI. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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